FILE N. 6: INSEMINATA DAGLI ALIENI

 

Un caso che ha dell'incredibile

Angela, una bella ragazza genovese di 24 anni che mi ha contattato alla mia e-mail dopo aver letto i miei articoli che parlano degli incontri e dei rapimenti da parte degli UFO, ha voluto raccontarmi la sua drammatica esperienza, vissuta in prima persona, di contatto con gli extraterrestri: anche lei è stata rapita dagli alieni, e sono stati praticati esperimenti genetici sul suo corpo. Ora Angela ha superato con difficoltà quel periodo, ma i segni della sua esperienza sono ancora impressi nel suo corpo, ma soprattutto nella sua mente. Ho preferito lasciare a lei raccontare in prima persona tutta la sua esperienza, visto che la forza della sua narrazione è talmente coinvolgente, che interromperla, priverebbe il lettore di tutto quel pathos che ascoltandola, ho avuto modo di provare, arrivando a commuovermi per i tristi fatti di cui lei è stata protagonista.

 

Il racconto di Angela

Era un giorno di mezzo autunno, quando, uscita per andare a fare una passeggiata, mi incamminai lungo un viale alberato. La strada ricordo era un tappeto di foglie morte, sul quale si rischiava spesso di scivolare. L'aria era fresca e un po' umidiccia, il cielo era grigio, il sole, celato dalle nuvole, sembrava essersi dimenticato di noi…

Non so come, ma da un momento all'altro, in un battito di ciglio, mi ritrovai dalla strada coperta di foglie sulla quale stavo passeggiando, all'interno di una struttura sotterranea (così almeno mi venne da pensare immediatamente, poiché non c'era una finestra né un alcuna apertura che desse all'esterno). Le pareti erano un groviglio di tubi scuri contorti, e una specie di continuo respiro meccanico, soffocante, ti metteva addosso un'angoscia difficile da dimenticare. Subito mi vennero incontro degli esseri bardati in una tuta nera lucida, una specie di plastica, ma molto più resistente del comune vinile usato per gli indumenti, o anche del lattice. Anche le teste erano completamente coperte da un cappuccio nero, non si vedeva nulla di loro, neanche gli occhi, perché una specie di semisfere nere, una sorta di occhiale incorporato al cappuccio, li copriva completamente.

La prima cosa che fecero fu di praticarmi una specie di ipnosi con una sorta di strano raggio, non mi era impossibile muovermi, ma ogni mio movimento avveniva al di fuori della mia volontà: loro inserivano dei codici nei microterminali che portavano al polso (della dimensione pressappoco di una calcolatrice tascabile), e io mi muovevo come loro desideravano. Qualsiasi mio tentativo di comandare i miei muscoli o la mia parola, era nullo. Era molto frustrante questa sensazione.

Uno fra i primi comandi che ricevetti, fu quello di denudarmi completamente. E mi vedevo togliermi i vestiti ed espormi completamente nuda ai loro occhi: nonostante provassi una enorme vergogna e desiderassi ardentemente coprimi almeno con le mani, non riuscivo a farlo! Venni quindi condotta in una specie di laboratorio, dove, delle macchine appositamente programmate dagli alieni, mi fecero quella che sarebbe stata la mia toletta quotidiana: venni depilata completamente, dalla testa ai piedi. Mi furono "bruciati" i peli, con una sorta di raggio, che li annientava, senza che si capisse come funzionava: anche le sopracciglia e i capelli subirono lo stesso trattamento. Si trattava di una sorta di "rasatura", ma che avveniva con un metodo altamente progredito a noi del tutto ignoto. Naturalmente la stessa sorte toccò anche al mio sesso: ora ero ancora più nuda ed esposta ai loro sguardi e alle loro indagini indiscrete.

Mi resi ben presto conto di non essere sola in quel mondo sotterraneo: venni condotta in un'altra sala, una specie di sala delle torture, dove, sottoposte ai più assurdi esperimenti, vi erano tante altre giovani terrestri, come me completamente glabre. Ne vedevo alcune ansimare, mentre dei tubi entravano nei loro corpi da tutti i loro orifizi, altre sanguinare, per esperimenti che non riuscivo ad identificare. Non sapevo, ma tristemente lo immaginavo, che tutte quelle esperienze le avrei dovute sopportare io stessa nei giorni a venire!

Gli alieni, che parlavano nella nostra stessa lingua (parlavano? non ne sono affatto sicura, forse si trattava di una sorta di telepatia, e per questo motivo mi era possibile comprenderli…), mi unsero di una strana sostanza oleosa, il cui odore, spiacevole, mi era del tutto sconosciuto, un misto tra olio per motori e una qualche sostanza organica in decomposizione, ed iniziarono a tastarmi e ad infilarmi le mani dappertutto. I loro tastamenti erano così audaci che non potevo fare a meno di arrossire, e ad un certo punto, visto che le loro mani continuavano ad agire sul mio sesso con una certa insistenza, mi eccitai, nonostante la mia volontà si opponesse con fermezza a questa sensazione. Probabilmente, anzi sicuramente, gli alieni avevano inserito qualche altro codice nei loro terminale, in modo da poter agire anche sui miei istinti, accendendo in me, contro la mia volontà, il desiderio sessuale. Loro lo capirono, ed iniziarono a masturbarmi. Ero lì, davanti a loro, davanti ad altri alieni e a tutte quelle altre ragazze sottoposte alle loro meschine pratiche, e non potevo fare a meno di essere eccitata e di provare piacere. La vergogna che provavo in quei momenti è indescrivibile.

Continuarono a masturbare la mia clitoride con, devo dire, una notevole esperienza, finché non venni, ansimando sempre più forte. Non mi ero accorta che nel frattempo, avevano attaccato sotto il mio seno sinistro e sulle tempie degli strani sensori, in grado di registrare tutte le mie pulsazioni e le mie onde psichiche, che trasmettevano i dati a un sofisticatissimo cervello elettronico, che doveva immagazinarle e compararle con dati già acquisiti dalle altre vittime che mia avevano preceduta.

Credevo che col mio orgasmo la loro curiosità si fosse placata e che, almeno per un po', mi avrebbero lasciata stare. No! Continuarono, non si fermarono, e, dopo avermi attaccato degli altri sensori, anche attorno all'area genitale, sul monte di Venere, e in altri posti, seguitarono a stimolarmi con le loro mani e con degli altri oggetti, che mi davano sensazioni così piacevoli che nessun amante terreste o alieno, sarebbe mai stato in grado di darmi. Non so quante altre volte venni, ma gli extraterrestri non furono soddisfatti finché io non fui completamente stremata.

A quel punto fui condotta in un'altra stanza, molto più piccola della precedente, ma costituita da una sola, grande vasca di acqua molto calda. Mi venne comandato di immergermi. All'inizio l'acqua mi sembrò un po' troppo calda, e avrei voluto uscirne, ma come ormai sapete mi era impossibile, ma poi, un poco per volta mi ci abituai, e cominciai a trovarlo piacevole.

Il mio bagno non durò per meno di tre quarti d'ora, quando improvvisamente mi alzai: mi ero dimenticata di essere completamente asservita al loro dominio ipnotico. E fui condotta in quella che doveva essere la mia cella. Un lettino, sospeso inspiegabilmente a mezz'aria, senza alcun sostegno e senza null'altro che un materassino bianco, era l'unico oggetto ad arredare una stanza completamente bianca. Ai quattro angoli del letto dei bracciali, ai quali vennero fissati i miei polsi e le mie caviglie. Fatto questo i due alieni se ne andarono e mi lasciarono sola al buio. Le precedenti esperienze, però, erano state sufficienti a rilassarmi completamente e mi addormentai in breve tempo.

Ignoro quanto tempo trascorse, se era mattino o sera (e come lo si poteva sapere in quel luogo asettico?), quando la luce si riaccese. I due alieni mi osservavano e si scambiavano delle opinioni su di me. Su quanto sarei resistita e se ero adatta all'esperimento che dovevano fare su di me. Afferrai i loro nomi, durante i loro discorsi: quello più alto si chiamava Yar Nesuàh Yrràh, l'altro, un po' più tozzo Regor Namrok. Entrambi facevano riferimento ad un capo superiore di nome Kcaj Dlonrà, ma che tutti chiamavano Exter, sottolineando il nomignolo con una risatina: doveva essere un nomignolo ridicolo nella loro lingua.

Un comando dei loro terminali e i bracciali che mi imprigionavano si aprirono. Fui portata in un'altra stanza, dove un grosso tubo pendeva dalla parete. Mi venne infilato nell'ano, e mi fu pompata negli intestini una certa sostanza liquida. Si trattava di una pratica igienica alla quale sarei stata sottoposta tutti i giorni a venire per due volte al giorno. All'inizio la pratica mi turbò alquanto, ma alla fine della mia permanenza avevo cominciato a trovarla piacevole, e ne sento anche un po' la mancanza.

Successivamente fui sottoposta nuovamente alla depilazione tramite il raggio: volevano essere sicuri che io fossi perfettamente liscia su tutto il corpo costantemente. Pochi minuti e fui ricondotta in quella che ebbi a definire la sala delle torture. Qui mi fu praticato un tatuaggio sul pube, esattamente poco sopra ove inizia a dividersi la pelle per dare origine alle grandi labbra del sesso femminile. Mi venne tatuato un codice, R2D2, questo sarebbe stato il nome con il quale gli alieni si sarebbero riferiti a me d'ora innanzi. "Come sta R2D2?", "R2D2 è stata sottoposta al trattamento A-7-6?"…

Naturalmente tutto avvenne senza alcuna anestesia, e, completamente immobilizzata, non potevo che soffrire in silenzio. Dopo quel trattamento iniziarono gli esperimenti sul mio corpo ai quali sarei stata sottoposta quotidianamente nel periodo che seguì. Nei giorni successivi mi furono fatte ogni sorta di analisi, mi furono infilati tubi in tutto il corpo, delle sonde visitarono i miei organi riproduttivi, e sui monitor appariva ogni dettaglio esterno e interno della mia intimità. Delle altre sonde penetrarono i dotti lattiferi del mio seno e dei particolari elettrodi iniziarono a stimolare le mie ghiandole mammarie finché non iniziarono innaturalmente a produrre latte, che venne anch'esso prelevato e analizzato, così come la mia prima ovulazione. Dopo circa un mese dalla quale fui alla fine posseduta dall'intera equipe di extraterrestri. Quella mattina venni lavata, depilata, clisterizzata e masturbata come sempre, ma mi sembrava che mi trattassero con una maggiore attenzione, con più scrupolo e, se fosse possibile dirlo, con maggiore delicatezza. Capii alla fine a quale scopo tante attenzioni: anche quella mattina venni portata nella "sala delle torture", e fui immobilizzata su di una sorta di sedia ginecologica, con le gambe divaricate. Gli alieni aprirono la patta dei loro pantaloni ed estrassero i loro peni. Erano enormi! Dovevano misurare almeno una trentina di centimetri l'uno, la loro pelle sembrava quella di un serpente ed avevano una forma quasi conica: la base, larghissima, doveva misurare almeno una quarantina di centimetri di diametro, mentre la punta attorno ai venti centimetri. Il contatto con i loro membri era strano: ero stata opportunamente eccitata come quando venivo masturbata, perciò non provai alcun dolore, ma i loro membri sembravano di metallo tanto erano freddi, e questa sensazione mi dava un certo disturbo. Uno ad uno ebbero a prendersi godimento su di me, e tutti, uno dopo l'altro, eiacularono dentro di me. Ecco, in quel momento compresi finalmente lo scopo della mia prigionia: volevano fecondarmi con il loro seme alieno, e far crescere in me uno dei loro bastardi!!!

Ecco, alla fine di questa pratica, venni trasferita in un'altra zona: quella che chiamai "reparto maternità". Qui, altre donne, in stato più o meno avanzato di gravidanza, vegetavano con tubi infilati ovunque, in una sorta di vasche di liquido amniotico, fin quando la creatura che portavano in grembo non fosse stata matura e non avessero partorito. La mia gravidanza, scoprii con il tempo, sarebbe stata molto più breve di quella umana. Al contrario dei normali nove mesi di gestazione ne bastarono soltanto 3, durante i quali il mio addome si gonfiò a dismisura. Ero terrorizzata da quel che portavo dentro, non potevo saperne né la forma, né la dimensione finale. Continui incubi disturbavano i miei sonni, incubi popolati di squartamenti interni e di creature mostruose che uscivano dal mio ventre e si cibavano di me. Nulla di tutto questo avvenne nella realtà, ovviamente, ma allora non lo potevo sapere.

Alla fine della gestazione fui trasportata in un'altra sala, la sala parto, dove venni anestetizzata e caddi nella più completa incoscienza. Quando mi riebbi, il mio ventre era tornato alle dimensioni normali e del nascituro non c'era alcuna traccia. Non saprò mai chi o che cosa ho partorito e devo dire sinceramente che è meglio così da un certo punto di vista. Anche se le mie notti saltuariamente, animano sogni in cui allatto e cresco una creatura aliena indescrivibile.

Per le settimane seguenti mi fu prelevato il latte dal seno con una apposita macchina, che mi procurava un acuto dolore ai capezzoli: mi sembrava venissero trafitti da miriadi di aghi. In realtà non mi procurava alcun danno fisico e non capisco come e cosa dovesse darmi quella sensazione terribile. Questo continuò per non più di cinque settimane, dopo di che, improvvisamente, si interruppe la produzione di latte da parte dei miei seni, probabilmente grazie ai loro sofisticati macchinari, e fui nuovamente trasferita.

Per la prima volta dopo tutti quei mesi, mi ritrovai in grado di essere padrona delle mie azioni: il controllo su di me era stato finalmente tolto. Per le prime mi fu un po' difficile comandare i miei muscoli, e spesso mi muovevo in modo ridicolo e scoordinato. Ma poco a poco mi riabituai e mi rimisi in condizioni perfettamente normali. Ma gli alieni sembravano non aver alcuna intenzione di rilasciarmi. Nelle sale in cui venivo mantenuta (ero sempre trattata come prima della mia gestazione: venivo pulita e depilata, nutrita e masturbata), cominciai a intravedere la possibilità di fuga. Capii in breve che gli alieni, dopo ogni orgasmo, cadevano come in uno strato catatonico, durante il quale erano completamente inerti. Dopo aver avuto un orgasmo, cioè, non erano capaci di compiere la benché minima azione per un tempo relativamente lungo. Aspettai con pazienza il momento giusto per agire. Nella sala con me, quel giorno, c'erano 10 alieni, praticamente quasi tutto il personale del luogo nel quale mi trovavo. Così, mi feci intraprendente e con quello che sembrava il più disponibile, presi a dimostrarmi interessata a lui. In breve ebbi la possibilità di aprire la patta della sua tuta e di estrarre il membro serpentiforme, praticandogli una fellatio. Non che fossi esperta in quella pratica, che per altro avevo ritenuto sempre schifosa (e da quella volta cambiai idea), ma non mi riusciva difficile immaginare che cosa doveva piacere ad un uomo. Infatti le mie attenzioni lo portarono ben presto ad una abbondante eiaculazione. Il suo sperma aveva sapore curiosamente di mandorla. Come previsto dopo aver goduto cadde in una sorta di strano sonno. Così proseguii con i restanti extraterrestri, che devo dire furono piuttosto rapidi a venire, fin quando non li ebbi stesi tutti. A quel punto mi fu facile cercare la via di fuga.

Ma dove mi trovavo? Non potevo non pensare di non essere affatto certa di trovarmi sulla Terra, potevo, infatti essere benissimo a bordo di un'astronave, o, peggio, in un lontano pianeta alieno. Le probabilità infatti di trovarmi ancora sul nostro mondo erano piuttosto basse. Ma non mi scoraggiai, e cominciai ad aprire porte e percorrere lunghi corridoi ricoperti di tubi. Camminai a lungo e ormai doveva essere già scattato l'allarme per la mia fuga quando infine un bagliore accecante proveniente da una apertura in fondo a una scala, mi fece sperare per il meglio: il Sole, doveva trattarsi sicuramente del Sole.

Mi ritrovai all'esterno. Sì, era la Terra. Per fortuna era ancora a casa. Ma dove mi trovavo? Nuda e spaesata, cominciai a correre in una direzione qualsiasi in quello che sembrava un deserto degli Stati Uniti. Non so per quanto camminai, ore o giorni, ma alla fine nuda, sporca e coperta di graffi dovuti ai frequenti cespugli nei quali mi imbattevo, finii in una casa, dove un paio di anziani si presero cura di me. Rimasi incosciente per alcuni giorni, a causa del sole, della sete e del lungo tragitto che avevo percorso per arrivare lì, ma alla fine ero viva e salva.

Inutile dire che nessuno credette mai alla mia storia e che non seppi ne saprei farlo tuttora ritrovare il punto dal quale uscii dalla base aliena. Inoltre è molto probabile che, subito dopo la mia fuga, gli extraterrestri abbiano subito spostato il loro laboratorio, ma quel che ho vissuto non era un'allucinazione, e referti medici lo possono provare: io ho veramente avuto un figlio e sono stata vittima delle manipolazioni di un popolo proveniente da un altro mondo.