GIANCARLO GIUDICE
LUOGO DI ATTIVITA’: Torino (Italia).
PERIODO DI ATTIVITA’: 1983 – 1986.
NUMERO DELLE VITTIME: 9.
TIPOLOGIA DELLE VITTIME: donne che svolgevano l’attività di prostitute.
TIPOLOGIA DEGLI OMICIDI: sei vittime strangolate, una sgozzata, due uccise a colpi di pistola, tutte colpite prima, durante o dopo il rapporto sessuale.
Gli
omicidi seriali di Giancarlo Giudice, il cosiddetto “Mostro di Torino”,
iniziano il 28 dicembre 1983 con l’uccisione di Federica Pecoraro, prostituta
di circa 40 anni, il cui cadavere non viene però identificato fino al momento
dell’arresto del suo omicida, il 29 giugno 1986. Dal dicembre 1983 al giugno
1986 Giudice aveva colpito nell’area di Torino nove volte, uccidendo
altrettante prostitute, benché le forze di polizia avessero collegato ad un
unico autore solo sei degli omicidi, attribuendo gli altri tre a “normali”
regolamenti di conti negli ambienti della prostituzione o della
tossicodipendenza.
Quando
ormai a Torino si era ampiamente diffusa la “psicosi del mostro delle
prostitute”, durante un controllo di routine ad un posto di blocco la polizia
fermò Giancarlo Giudice, 37 anni, camionista, pregiudicato: sulla sua auto
vennero trovate due pistole, munizioni e un asciugamano intriso di sangue. Lo
stesso sedile del passeggero, a lato del guidatore, era completamente imbevuto
di sangue fresco, dal momento che proprio quel pomeriggio Giudice aveva ucciso
la sua ultima vittima.
Dopo
un mese di carcere, l’omicida confessò tutti i suoi delitti, facendo appunto
salire il numero delle vittime a lui attribuite da sei a nove e permettendo il
riconoscimento dell’identità del cadavere di Anna Pecoraro. Giudicato capace
di intendere e di volere, Giancarlo Giudice nel marzo 1989 venne condannato
all’ergastolo, pena ridotta in appello a trenta anni di reclusione più tre di
casa di cura.
L’infanzia
di Giudice era stata piuttosto tormentata: rinchiuso in collegio in tenera età,
a tredici anni aveva perduto la madre rimanendo con il padre alcolizzato e la
nuova compagna di lui (sposata dopo due anni dalla morte della prima moglie),
una ragazza molto giovane con cui Giancarlo aveva avuto fin dall’inizio un
pessimo rapporto. In seguito il padre si era trasferito in Calabria con la
seconda moglie, lasciando il figlio a Torino, abbandonato a se stesso e ai
propri fantasmi di violenza e possessiva sopraffazione: in realtà la prostituta
uccisa “rimane” per sempre, non può andarsene come aveva fatta la madre
prima rinchiudendo Giancarlo in collegio e poi “lasciandolo” definitivamente
con la propria morte. Come in tutti i casi di omicidi seriali la vittima non è
persona, non è soggetto, ma semplice oggetto nelle mani dell’omicida, un
“oggetto affettivo” di cui il serial killer sente la necessità per colmare
un vuoto interiore, un abbandono vissuto in tenera età e che si sente di poter
colmare solo impossessandosi totalmente dell’altro: e il modo più assoluto,
totale e definitivo di impossessarsi di qualcuno è appropriarsi della sua vita,
del suo futuro, delle sue speranze. Pur consapevole della gravità del proprio
comportamento, il serial killer si abbandona a questo suo desiderio che potremmo
definire “predatorio”, a questo comportamento compulsivo che lo spinge a
colpire sempre di più, sempre più spesso, senza alcuna volontà di essere
fermato.
Interrogato
durante il processo, Giudice ha affermato: “Io non ho interesse che si cerchi
di capire perché ho fatto quello che ho fatto: ma io intanto le ho ammazzate e
non so perché: sono superficiale e me ne sbatto”.
Dr.ssa Silvia Ciotti Galletti