MASS
MURDERERS
NOME:
Martin.
COGNOME:
Bryant.
ANNO
DI NASCITA : 1965.
DATA
DEGLI OMICIDI: domenica 28
aprile 1996.
LUOGO
DEGLI OMICIDI: Port Arthur,
Tasmania.
NUMERO
DELLE VITTIME: 35 morti, 18
feriti.
Martin
Bryant rientra in quella categoria di omicidi denominati “mass murderers”,
categoria di pluriomicidi generalmente considerata collaterale a quella dei
serial killers (anche se vi è chi la considera semplicemente un sottoinsieme
della più ampia categoria dei serial killers, comprendente anche gli spree
killers, ovvero soggetti che compiono più omicidi in un breve spazio di tempo
ed in luoghi diversi, ad es. uccidendo tutti coloro che incontrano per strada
andando al lavoro).
Secondo
la classificazione adottata negli USA dall’FBI e ormai generalmente accettata
ed utilizzata in ambito criminologico internazionale, un mass murderers è un
soggetto che uccide più persone in un solo luogo ed in un solo momento,
maturando una decisione omicida che coltivava da tempo, magari alimentandola con
fantasie paranoiche di persecuzione; basti pensare per es. all’ex impiegato di
un ufficio postale, allontanato dal lavoro per i più vari motivi (non ultimo
dei quali evidenti turbe del comportamento o difficoltà di relazione con utenti
e colleghi) che, munito di fucile a ripetizione, si presenta un mattino sul
luogo di lavoro sparando indifferentemente su tutti i presenti, conosciuti o
meno. Altri interessanti episodi di questo genere si sono ad es. recentemente
verificati in alcune scuole statunitensi, dove studenti singoli o (più
raramente) in gruppi di due hanno sparato su compagni, insegnanti e personale
scolastico, raggiungendo spesso un elevato numero di vittime.
Generalmente
il mass murderer adulto conclude la propria attività omicidiaria con il
suicidio o con una specie di “suicidio per procura”, presentandosi davanti
agli agenti armato (anche se con l’arma puntata verso l’alto e generalmente
senza colpo in canna) e rifiutandosi di deporre l’arma, costringendo le forze
dell’ordine a sparargli. Studi criminologici recenti hanno evidenziato come,
al contrario, i giovani mass murderers, generalmente adolescenti, non mostrano
in pratica nessuna intenzione suicidiaria, tanto che le forze di polizia sono
costrette a sopprimerli per fermare la loro attività, che prosegue finché
hanno munizioni a disposizione. Questa importante differenziazione è tuttora in
corso di studio trattandosi, per quanto riguarda i giovani mass murderer, di un
fenomeno estremamente recente.
Di
questo fenomeno fa sicuramente parte Martin Bryant, poco conosciuto mass
murderer originario della Tasmania (isola posta a sud – est dell’Australia).
Nato e vissuto ad Hobart, capitale della Tasmania, Martin Bryant era descritto
come un bravo studente, anche se una perizia eseguita dopo gli omicidi ha
mostrato un quoziente intellettivo (Q.I.) di 68, quando il limite minimo del
Q.I. è generalmente considerato 90; benché il criterio di valutazione del Q.I.
e la sua stessa validità siano spesso messi in discussione, appare certo che
Martin Bryant utilizzasse un linguaggio semplice ed estremamente povero, adatto
più ad un bambino di 9 – 10 anni che ad un adulto di 29, e che mostrasse
chiari segni di immaturità e difficoltà relazionali e di comportamento. Mentre
infatti ad una conoscenza superficiale veniva descritto come un ragazzo fin
troppo normale, magari un po’ introverso, chi lo conosceva meglio evidenziava
comportamenti decisamente strani, come correre di notte nei parchi o nei
giardini altrui armato di pistola.
Alcuni
anni prima dei fatti di Port Arthur, Martin Bryant conosce una vedova
sessantenne di nome Helen Harvey e si trasferisce a vivere a casa sua. Pur non
svolgendo nessun tipo di attività lavorativa, Bryant ha sempre una notevole
disponibilità di denaro, probabilmente dovuta proprio alla Harvey. Nel 1992 i
due hanno un incidente automobilistico nel quale la donna, che era al volante,
perde la vita, mentre Bryant riporta solo ferite di modesta entità alla testa;
la dinamica dei fatti non è mai stata chiarita, anche se da più parti si è
ipotizzato fin da allora che non si fosse trattato di un vero incidente ma di un
omicidio accuratamente mascherato. A seguito della morte della Harvey, Martin
Bryant eredita oltre mezzo milione di dollari e la villa dell’anziana vedova.
Alcuni mesi dopo anche il padre di Bryant perde la vita, annegando in un pozzo
nella sua fattoria. Questi due episodi, il primo chiuso come incidente ed il
secondo come suicidio, erano forse le prime avvisaglie di una notevole
pericolosità legata ad una forte pulsione omicida, maturata in una personalità
chiusa, incapace di immedesimazione nelle sofferenze altrui, apatica,
estremamente egocentrica (Bryant apprezzerà moltissimo, e senza nasconderlo,
l’attenzione morbosa che i mass media gli dedicheranno dopo gli omicidi) e
narcisitica, incapace di stabili e profondi legami affettivi.
Nel
1995 Bryant abbandona il suo precedente look (capelli tagliati a spazzola e
abiti casual) per passare al “wanna – be surfer style”, molto diffuso tra
i giovani australiani: pur sapendo a malapena nuotare, Bryant si fa allungare i
capelli, gira in costume e abiti sportivi da surfista, porta addirittura in giro
una tavola da surf sul tetto dell’automobile. Da sue dichiarazioni è emerso
che in questo periodo coltiva fantasie di suicidio, ben presto abbandonate per
fantasie omicidiarie decisamente fin troppo concrete.
Bryant
ha dichiarato di aver scelto per i suoi omicidi la città di Port Arthur
soprattutto per la sua storia: scoperta nel 1642 dall’olandese Abele Tasman,
la Tasmania venne colonizzata all’inizio dell’Ottocento dagli inglesi, i
quali sterminarono i circa 5.000 aborigeni dell’isola e realizzarono su una
piccola penisola, dove si trova appunto Port Arthur, una delle colonie penali più
rigorose, simile forse alla Cayenna francese, creata per ospitare fino a 3.000
detenuti e attiva dal 1830 al 1877. Solo i criminali più pericolosi, violenti e
plurirecidivi, venivano inviati in quella colonia penale che si limitava ad
isolarli dal mondo ma con metodi che servivano solo ad esasperarne le pulsioni
violente e i più o meno latenti disturbi psichici: in un isolamento
praticamente totale e costretti a lavorare in assoluto silenzio, i detenuti
dovevano indossare delle maschere fuori delle celle e venivano impiegati nei
lavori forzati nelle miniere o nella foresta. Anche se nel 1852 il regime
penitenziario venne modificato, con l’abolizione delle frustate e degli
strumenti di tortura usati fino ad allora, è rimasto famoso l’isolamento
assoluto del carcere, assicurato dai carcerieri con feroci cani da guardia e
squali attirati nelle acque intorno alla colonia spargendo a mare sangue e
viscere animali.
Domenica
28 aprile 1996 la cittadina di Port Arthur è piena di turisti australiani e
canadesi, attirati sia dalle rovine del vecchio carcere che dalla possibilità
di fare surf; e un surfista sembra anche Martin Bryant, quando nel primo
pomeriggio arriva in città con la tavola da surf sul tetto della sua vecchia
Volkswagen ed i suoi abiti sportivi. Bryant entra nel “Broad Arrow Cafè”,
una tavola calda piena di turisti che stanno pranzando, estrae da una borsa da
tennis un fucile semiautomatico ed inizia a sparare. Testimoni oculari hanno
affermato che non si è messo a sparare a casaccio ma che, con estrema calma, ha
preso la mira con attenzione per ogni singola vittima. Alcuni turisti (che
dicono di averlo sentito affermare: “Peccato, ci sono pochi giapponesi qui
oggi”) hanno ripreso con le loro telecamere le scene del massacro.
Dopo
aver lasciato a terra 20 morti e circa 20 feriti, Bryant decide di dirigersi
altrove e si reca nel piazzale d’ingresso dell’ex penitenziario: spara
sull’autista di un bus turistico, sui passanti, sulla folla in coda alla
biglietteria, su turisti che cercano di raggiungere un’auto per fuggire;
infine prende in ostaggio un abitante del posto e lo costringe ad accompagnarlo
in auto in una piccola località chiamata Copping. Bryant si è lasciato dietro
a questo punto un enorme numero di morti e feriti ed un gran caos, tanto che la
polizia (del tutto impreparata) fatica a ricostruire l’accaduto e l’ospedale
di Hobart deve cercare medici nelle città vicine, non essendo pronto ad
assistere nello stesso momento un così elevato numero di feriti. Vengono
convocati anche degli psicologi, il cui compito è prestare le prime cure
psicologiche ai sopravvissuti in stato di shock.
Bryant si è nel frattempo asserragliato in un villino (il “Seascape Cottage”), abitato da una coppia di sessantenni che tiene in ostaggio insieme alla persona dalla quale si è fatto accompagnare, minacciandoli con due fucili automatici, uno dei quali conservato fino a quel momento nella capiente borsa da tennis. Il cottage è circondato su un lato dal mare e sugli altri tre da un ampio prato piatto che gli offre ottima e completa visibilità, tanto da rendere estremamente difficile un’irruzione della polizia. Quando si cerca di intavolare una trattativa, Bryant inizia a sparare all’impazzata, rendendo fin da subito evidente di avere a disposizione molte munizioni. Ad un giornalista che è riuscito a trovare il numero di telefono del cottage e lo ha chiamato per proporgli un’intervista, Byant risponde che non ha tempo da perdere e che si sta “divertendo troppo”; manifesta poi l’intenzione di farsi una doccia e afferma di non voler essere disturbato . Malgrado la presenza di oltre 200 agenti speciali, la situazione resta in fase di stallo fino alle 8 e 30 del mattino successivo, quando la casa prende fuoco, appiccato dallo stesso Bryant, che in precedenza aveva richiesto un elicottero per la fuga, elicottero che gli era stato negato. Pochi minuti dopo aver appiccato l’incendio, il killer esce dal cottage con i pantaloni in fiamme e si arrende senza opporre resistenza, lasciandosi dietro tre corpi carbonizzati e portando così il bilancio finale della strage a 35 morti e 18 feriti.Il 22 novembre 1996 la Corte Suprema condanna Martin Bryant a scontare 35 ergastoli, uno per ogni sua vittima.