Fame

 

Di quest’argomento ne voglio parlare, se non lo facessi mi parrebbe di sfuggire. La fame, non quella di sesso, nemmeno quella di potere e denaro ma quella alimentare, che accanto a se ha migliaia di cause e conseguenze. Chi di noi non ha mai visto, durante uno zapping col telecomando, un documentario sulla fame, sul terzo mondo, quelli che durano un’oretta e v’inquietano un po’ la serata e poi, ad esagerare, vi fanno discutere il giorno dopo con il collega di lavoro. L’esperienza che feci, purtroppo ma anche per fortuna, fu puramente casuale. Era l’inverno del 1990, esattamente dal 3 al 23 dicembre, decisi con un’amico di fare una vacanza in un paese dell’america centrale (preferisco non fare il nome). Ospiti di un villaggio turistico decidemmo di fare un’escursione guidata insieme con altri turisti nell’entroterra, eravamo circa con una decina di jeep Suzuki, ci fecero fermare vicino ad un gruppo di case semi distrutte dove alloggiavano alcune famiglie di haitiani che venivano a lavorare la canna da zucchero perchè gli abitanti di quella terra rifiutavano quel lavoro poiché guadagnavano poco. Ci fermammo, un gruppo di una decina di bambini dai cinque ai 10 anni si avvicinarono ai turisti (me compreso) che erano scesi dalla jeep, molti per “paura” rimasero sopra, chiusi dentro. Ci accerchiarono, erano tutti nudi, denutriti, di quelli col pancione insomma,  con le mosche sul viso, tutti sporchi dalla testa ai piedi di fango, era piovuto molto in quei giorni. Ci chiedevano da mangiare o qualche soldo. I più fortunati ebbero un pacchettino di crackers che si guadagnarono fra di se a calci e pugni in faccia. Una cosa mi colpì profondamente, una bambina, dal viso dolcissimo e bello, completamente nuda e sporca con un cappellino di paglia addobbato da fiori che una turista gli aveva regalato, era lì, ferma e immobile, mi guardava fissa senza dire niente, ma anche se non mi diceva niente trasmetteva migliaia di sensazioni, furono alcuni minuti, rimasi li, a guardarla come imbambolato, serio, quasi scioccato. L’autista della jeep mi afferrò per un braccio e mi disse che dovevo risalire, lo feci, in silenzio ma continuai a guardare quel viso che pian piano si allontanava, mi aveva sconvolto come una disgrazia. Furono migliaia le sensazioni, per il resto della giornata non riuscì a pensare ad altro, quegli occhi mi sono rimasti dentro per mesi, ogni volta che chiudevo gli occhi me li ritrovavo davanti, da qui partivano le domande. Perchè ? Che cosa potevo fare io per loro, cosa facevo per me ? in cosa avrei potuto essergli utile. Tornai a casa, il pensiero rimase, oggi, ad anni di distanza ricordo quella cosa cosa con tristezza. Vedere una persona o, come in quel caso, gente che muore di fame ed averle attaccate alle gambe è una cosa, vedere un documentario alla tv mentre si è appoggiati al termosifone dopo cena è un’altra cosa. I perchè si moltiplicano ogni volta. Cosa ho fatto nella vita io per loro ? Poco o niente, forse anche scrivere questo articolo serve a togliermi un po’ di questo peso, mi sentivo in dovere di trasmettere delle sensazioni che probabilmente non cambiano la vita ma riescono a fare una cosa fondamentale : pensare. Dedico questo articolo a tutte quelle persone che dedicano la propria vita a chi sta male, ai missionari che dedicano la propria vita per alleviare tali sofferenze.